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12 novembre 2007 - Editoriale
Prima o poi sarebbe arrivata anche sa noi.
Le infauste notizie di diffuse morie negli stati uniti e nella Francia , erano assai temute anche dagli Apicoltori Italiani, in effetti alcuni casi di pesanti morie erano capitati nel nord Italia, ma questi fatti non erano diffusi in tutto il territorio., invece dopo un incessante raccolta di dati su morti improvvise e sospette il mondo dell’apicoltura lancia un grido di dolore e morte, che ha ormai il sapore della testimonianza di un disastro temuto ma annunciato.
Le morie delle api anche in Italia sono diffuse ed ad oggi si parla di un rischio per almeno il 50% della popolazione , le cause non sono precise, trattamenti contro la varroa inefficaci , pesticidi negli ambienti, situazioni climatica che hanno sconvolto il normale sviluppo delle api, può essere tutto come può essere un altro motivo, la comunità scientifica non ha mai investito importanti risorse per studiare il più importante vettore di polline al mondo.
A tal proposito pubblichiamo l’editoriale di questo mese dell’Apis, rivista di apicoltura che ha denunciato della grave crisi individuata in tutta Italia.
Caporetto!
E’ dal mese di agosto che mi arrabatto affannato, accaldato e anche un po’ sfiancato nella mia aziendina apistica. L’immagine che m’accompagna nella fantasia è di quelle da Domenica del Corriere di una volta: un’Italia invasa da torme di varroa –con relativo elmetto appuntito asburgico- e disseminata da alveari morti, feriti e malconci; con api regine che protendono esangui zampette prima di tirare l’ultimo sospiro... Di nuovo: come ad inizio anni ’90, anche nel 2007, come se già non fossero stati sufficienti le altre botte (insetticidi neurotossici, raccolti scarsi…) ricevute, la varroa è riuscita, ancora una volta, a somministrarci una batosta di quelle che si ricordano e che rimarranno nella memoria di quanti vi sopravvivono.
Sulle cause cercheremo modo e maniera di costruire ambiti e momenti per discutere, condividere e per cercare instancabili, nonostante la sensazione di essere in un vicolo senza luce, tra noi - sempre e solo tra noi - rimedi e nuove misure preventive e di lotta.
Di certo due sono già i fenomeni evidenti: la possibile permanenza di covata nei nostri alveari anche in occasione dei trattamenti “risolutivi” invernali, incrociata con la malefica, esponenziale capacità di sviluppo della popolazione di varroa a fronte di anche solo qualche ciclo in più rispetto alla norma di riproduzione.
Osservando però lo stato di diversi apiari a differente collocazione e “storia”, mi sembra emerga anche una evidenza diversa: le nostre api mal sopportano questa nuova tendenza climatica “africana” e patiscono, più di quanto supponevo, prolungati deficit di rifornimento delle risorse, in particolare polliniche, così alterati rispetto al “naturale” andamento. Si è verificato cioè in varie zone, nel corso dell’estate, anche un impressionante fenomeno di squilibrio delle varie tipologie di ape nell’alveare con uno stress che si è tradotto, e proprio nel momento del preinvernamento, in un indebolimento e sfoltimento della popolazione, non necessariamente o non unicamente conseguente all’azione della varroa.
Ebbene chi vorrà misurarsi con questa difficile sfida sa che impegneremo tutte le scarse e sparse risorse umane (che di quelle economiche è meglio non fare nemmeno riferimento) di cui dispone l’U.N.A.API, per cercare alternative, anche radicali se è il caso. Non è possibile, infatti, pensare che si possano abitualmente sopportare tali livelli di danno e di preoccupazione. E sì: preoccupazione per quello che poi potrebbe riservare l’inverno a famiglie malconce e con riserve immunitarie (la quantità di grassi in scorta della popolazione invernale) deficienti.
Di questa situazione siamo ben coscienti noi apicoltori, ma qual è la percezione dei vari responsabili istituzionali che dovrebbero a vario titolo e ruolo -indicazioni operative, ricerca e… assistenza- essere nostri referenti per la difesa della salute degli allevamenti?
Agli apicoltori, ai colleghi, agli amici, come a coloro che sono meno amici, lancio quindi una sfida. Invece di lamentarvi e di lamentarci tra noi, fatelo con chi di dovere. Telefonate, scrivete, parlate con il vostro sindaco (è pur sempre lui, il poveretto, responsabile dello stato di salute degli allevamenti nel suo comune), il veterinario, il funzionario o il consigliere regionale, il rappresentante della Comunità Montana, lo Zooprofilattico più vicino, il politico amico di vostro cugino, la ASL, il centro o l’istituto di riferimento e via e via… elencando. Ditegli quanto sta accadendo e che non è, solo, un nostro problema. E’ giusto che tutti sappiano e che lo sappiano da noi tutti.
In questi mesi stiamo celebrando, alla nostra maniera, con tante piccole, ma importanti iniziative, un grande d’Italia che è stato grande anche appassionandosi delle api: Giuseppe Garibaldi.
Datevi da fare perché, parafrasandolo, oggi: “O si fa l’apicoltura o l’apicoltura muore!”
Francesco Panella, 11 ottobre 2007 Novi Ligure
Ultima ora. Per la serie razzolare come si parla: abbiamo appena sottoscritto la compartecipazione (anche economica) dell’U.N.A.API a fianco dell’Unione degli apicoltori francesi – UNAF - ad un ricorso giudiziario in sede comunitaria contro la recente autorizzazione U.e. del Fipronil
A cura di Francesco Caboni |