16 giugno 2008 -Siamo ad un bivio per il miele Italiano?
Se è vero che due vasetti di miele su tre sono di provenienza estera ed è altrettanto vero che la cina e I paesi emergenti esportano sempre più prodotti alimentari in Italia , dobbiamo chiederci quale sia la nostra interpretazione sia di produttori che di consumatori sul fenomeno.
Alcune nazioni come gli stati uniti d’america hanno proibito le importazioni di svariati alimenti provenienti dalla e visto che sempre più spesso la UE rileva prodotti pericolosissimi per la salute su prodotti importati come appunto il miele verrebbe voglia di chiedersi quale tipo di tutela noi consumatori abbiamo da parte dei nostri governi in fatti di salubrità alimentare.
Sorge come al solito il sospetto malcelato che gli importatori sappiano bene che tipo di prodotti vendono, e ovviamente il prezzo stracciato fa presupporre che la qualità sia alquanto scarsa, ma mai sino al punto di fare male alla nostra salute.
Sempre negli USA una società importatrice di miele è stata inquista dalla giustizia americana perché importava miele di provenienza cinese e asiatica contenente pericolosi antibiotici.
Il governo usa ha reagito molto duramente e inoltre ha messo una forte tassa antidoping per I prodotti considerati scorretti, in Europa stiamo ancora aspettando di capire che azioni si voglia prendere.
Alcuni confezionatori dicono che il prodotto interno è troppo poco per poter soddisfare la richiesta del mercato interno, però se chiediamo agli apicoltori cosa ne pensano essi risponderebbero in coro, “ se è vero che c’e’ cosi poco miele come mai il prezzo è sempre lo stesso?”.
In effetti se andiamo a vedere la crescita di molte comodoties , il miele è una di quelle che meno è cresciuta a livello globale nonostante I problemi legati agli aumenti vertiginosi dei costi della produzione (gasolio , materie prime, medicinali , etc), mentre ad esempio sull’acacia ricordo che essa veniva pagata anche 7.500 -8.000 lire al kg prima dell’avvento dell’euro contro un 3,5-3,7 euro delle odierne quotazioni!.
Quindi quali sono le considerazioni che possono darci un chiaro più preciso del perché il miele è rimasto al palo quando invece , pane, latte , formaggi hanno subito un rialzo notevole negli ultimi 4 , 5 anni?.
Forse uno dei motivi è che in Italia non esiste una seria DOP sul miele, un marchio di qualità ad esempio che inglobi tutto il made in italy, così che il consumatore stesso , in effetti una DOP esiste ma è legata ad un territorio cosi piccolo che non fa testo, e comunque I possessori della DOP per ora dicono di risucire a vendere il prodotto a prezzi più alti rispetto al mercato, quindi forse forse la DOP nazionale, potrebbe essere un idea neanche tanto stupida.
Però un altro dubbio da conoscitore del mercato del miele mi sorge, chi potrebbe gestire questa DOP nazionale?.
In effetti le grosse aziende di confezionamento di miele invasettano sia miele nazionale che estero, anzi spesso il miele estero fa la parte da leone.
Se andiamo a vedere I marchi più diffusi in Italia troviamo, Ambrosoli, e Lagnese, questi 2 marchi invasettano per lo più miele estero di provenienza argentino- ungherese (ora paese comunitario).
Uno dei confezionatori più grossi di miele italiano è anche Rigoni di Asiago, famoso per lo più per le sue marmellate, ma anche Rigoni sebbene abbia una nutrita linea di mieli nazionali (soprattutto BIO) , vende miele estero!.
Ma a conti fatti sono tutti I più grossi confezionatori di miele Italini compreso il consorzio di produttori di miele Italino Conapi(?)., che vendono spesso e volentieri miele di origine straniera.
Non so se in campo vitivinicolo esiste una situazione simile ma ho dei dubbi che il consorzio di tutela del Brunello venda che so del pinot grigio cileno o australiano, cosi come I vari consorzi che gestiscono le DOP sul I tanti vini nazionali.
Un'indagine svolta alcuni anni fa da Altroconsumo (associazione indipendente di consumatori) ha trovato residui di alcuni antibiotici vietati in Europa anche in 6 campioni di miele dichiarato di provenienza italiana sui 19 analizzati. Anche da noi ci sono, dunque, apicoltori che sembrano non disdegnare questa efficace scorciatoia per incrementare la produzione, a discapito della qualità del prodotto e della sicurezza dei consumatori.?.
È probabile , ma in una situazione cosi confusa dove non c’e’ la reale tutela del prodotto nostrano qualche imprenditore senza scrupoli potrebbe spingersi a far cambiare nazionalità del miele acquistato all’estero, tutto questo a discapito del consumatore.
Leggere l’ etichetta è importante a tutti I consumatori si consiglia di acquistare il prodotto da un fornitore autorizzato locale oppure che conoscono bene, locale perché è sempre bene supportare I veri produttori della zona, supportare I produttori significa supportare le api che possiede e l’ambiente dove vivete, quindi state ben attenti che l’etichetta dica “prodotto da xxx e che la sede sia quella di appartenenza del prodotto”.
Chi vende mieli che non appartengono alla flora locale, probabilmente li ha acquistati da qualche produttore non della zona, oppure vi assicurerà che ha trasportato gli alveari in quelle zone, vedere l’azienda come è fatta , se ha mezzi per spostare alveari può anche essere che dica il vero, ma se è un piccolo produttore con 30-40 alveari e decine di tipologie diverse di miele in catalogo forse non dice tutta la verità!.
A distanza di circa 30 anni dall’arrivo della varroa gli apicoltori italiani si trovano davanti ad una sfida veramente difficile, ma in gioco non c’e’ l’apicoltura italiana ma buona parte dell’agricoltura italiana, senza gli apicoltori gli alveari non sarebbero più in grado di sopravvivere allo stato brado, sono troppi i parassiti che devono affrontare , troppi i pesticidi che circondano le nostre povere api, forse qualche alveare sopravvivrebbe nei polmoni verdi dei parchi ma per le altre senza i loro custodi la fine sarebbe certa.
Dopotutto se l’inquinamento è un problema globale che coinvolge tutti anche la scomparsa delle api dovrebbe allo stesso modo, ma mentre le grosse multinazionali si affannano su progetti di riciclaggio più o meno puliti (basti pensare ai inceneritori sovvenzionati come fossero centrali solari! Con le nostre tasse), nessuno si interessa delle api, questo sordo silenzio però non potrà durare a lungo, ormai la resa dei conti è vicina se la società umana vorrà preservare il lavoro fatto dalle api , dovrà sviluppare contromisure adeguate sin da ora, perché domani potrebbe essere già troppo tardi.Siamo ad un bivio per il miele Italiano ?
Se è vero che due vasetti di miele su tre sono di provenienza estera ed è altrettanto vero che la cina e I paesi emergenti esportano sempre più prodotti alimentari in Italia , dobbiamo chiederci quale sia la nostra interpretazione sia di produttori che di consumatori sul fenomeno.
Alcune nazioni come gli stati uniti d'america hanno proibito le importazioni di svariati alimenti provenienti dalla e visto che sempre più spesso la UE rileva prodotti pericolosissimi per la salute su prodotti importati come appunto il miele verrebbe voglia di chiedersi quale tipo di tutela noi consumatori abbiamo da parte dei nostri governi in fatti di salubrità alimentare.
Sorge come al solito il sospetto malcelato che gli importatori sappiano bene che tipo di prodotti vendono, e ovviamente il prezzo stracciato fa presupporre che la qualità sia alquanto scarsa, ma mai sino al punto di fare male alla nostra salute.
Sempre negli USA una società importatrice di miele è stata inquista dalla giustizia americana perché importava miele di provenienza cinese e asiatica contenente pericolosi antibiotici.
Il governo usa ha reagito molto duramente e inoltre ha messo una forte tassa antidoping per I prodotti considerati scorretti, in Europa stiamo ancora aspettando di capire che azioni si voglia prendere.
Alcuni confezionatori dicono che il prodotto interno è troppo poco per poter soddisfare la richiesta del mercato interno, però se chiediamo agli apicoltori cosa ne pensano essi risponderebbero in coro, " se è vero che c'e' cosi poco miele come mai il prezzo è sempre lo stesso?".
In effetti se andiamo a vedere la crescita di molte comodoties , il miele è una di quelle che meno è cresciuta a livello globale nonostante I problemi legati agli aumenti vertiginosi dei costi della produzione (gasolio , materie prime, medicinali , etc), mentre ad esempio sull'acacia ricordo che essa veniva pagata anche 7.500 -8.000 lire al kg prima dell'avvento dell'euro contro un 3,5-3,7 euro delle odierne quotazioni!
Quindi quali sono le considerazioni che possono darci un chiaro più preciso del perché il miele è rimasto al palo quando invece , pane, latte , formaggi hanno subito un rialzo notevole negli ultimi 4 , 5 anni?.
Forse uno dei motivi è che in Italia non esiste una seria DOP sul miele, un marchio di qualità ad esempio che inglobi tutto il made in italy, così che il consumatore stesso , in effetti una DOP esiste ma è legata ad un territorio cosi piccolo che non fa testo, e comunque I possessori della DOP per ora dicono di risucire a vendere il prodotto a prezzi più alti rispetto al mercato, quindi forse forse la DOP nazionale, potrebbe essere un idea neanche tanto stupida.
Però un altro dubbio da conoscitore del mercato del miele mi sorge, chi potrebbe gestire questa DOP nazionale?
In effetti le grosse aziende di confezionamento di miele invasettano sia miele nazionale che estero, anzi spesso il miele estero fa la parte da leone.
Se andiamo a vedere I marchi più diffusi in Italia troviamo, Ambrosoli, e Lagnese, questi 2 marchi invasettano per lo più miele estero di provenienza argentino- ungherese (ora paese comunitario).
Uno dei confezionatori più grossi di miele italiano è anche Rigoni di Asiago, famoso per lo più per le sue marmellate, ma anche Rigoni sebbene abbia una nutrita linea di mieli nazionali (soprattutto BIO) , vende miele estero!
Ma a conti fatti I più grossi confezionatori di miele Italiani compreso il consorzio di produttori di miele Italiano Conapi(?), vendono miele di origine straniera.
Non so se in campo vitivinicolo esiste una situazione simile ma ho dei dubbi che il consorzio di tutela del Brunello venda che so del pinot grigio cileno o australiano, cosi come I vari consorzi che gestiscono le DOP sul I tanti vini nazionali.
Un'indagine svolta alcuni anni fa da Altroconsumo (associazione indipendente di consumatori) ha trovato residui di alcuni antibiotici vietati in Europa anche in 6 campioni di miele dichiarato di provenienza italiana sui 19 analizzati. Anche da noi ci sono, dunque, apicoltori che sembrano non disdegnare questa efficace scorciatoia per incrementare la produzione, a discapito della qualità del prodotto e della sicurezza dei consumatori?
È probabile , ma in una situazione cosi confusa dove non c'e' la reale tutela del prodotto nostrano qualche imprenditore senza scrupoli potrebbe spingersi a far cambiare nazionalità del miele acquistato all'estero, tutto questo a discapito del consumatore.
Leggere l' etichetta è importante a tutti I consumatori si consiglia di acquistare il prodotto da un fornitore autorizzato locale oppure che conoscono bene, locale perché è sempre bene supportare I veri produttori della zona, supportare I produttori significa supportare le api che possiede e l'ambiente dove vivete, quindi state ben attenti che l'etichetta dica "prodotto da xxx e che la sede sia quella di appartenenza del prodotto".
Chi vende mieli che non appartengono alla flora locale, probabilmente li ha acquistati da qualche produttore non della zona, oppure vi assicurerà che ha trasportato gli alveari in quelle zone, vedere l'azienda come è fatta , se ha mezzi per spostare alveari può anche essere che dica il vero, ma se è un piccolo produttore con 30-40 alveari e decine di tipologie diverse di miele in catalogo forse non dice tutta la verità!.
A distanza di circa 30 anni dall'arrivo della varroa gli apicoltori italiani si trovano davanti ad una sfida veramente difficile, ma in gioco non c'e' l'apicoltura italiana ma buona parte dell'agricoltura italiana, senza gli apicoltori gli alveari non sarebbero più in grado di sopravvivere allo stato brado, sono troppi i parassiti che devono affrontare , troppi i pesticidi che circondano le nostre povere api, forse qualche alveare sopravvivrebbe nei polmoni verdi dei parchi ma per le altre senza i loro custodi la fine sarebbe certa.
Dopotutto se l'inquinamento è un problema globale che coinvolge tutti anche la scomparsa delle api dovrebbe allo stesso modo, ma mentre le grosse multinazionali si affannano su progetti di riciclaggio più o meno puliti (basti pensare ai inceneritori sovvenzionati come fossero centrali solari! Con le nostre tasse), nessuno si interessa delle api, questo sordo silenzio però non potrà durare a lungo, ormai la resa dei conti è vicina se la società umana vorrà preservare il lavoro fatto dalle api , dovrà sviluppare contromisure adeguate sin da ora, perché domani potrebbe essere già troppo tardi.
Autore Francesco Caboni
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